THE JUAN MACLEAN
intervista

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THE JUAN MACLEAN intervista di Matteo Quinzi  – L-Ektrica Fanzine n°1 – Ottobre

Sei stato uno dei primi artisti a firmare per la DFA nel lontano 2002. In questi anni sono cambiati e cresciuti tantissimi aspetti intorno ed all’interno della label. Ci descriveresti l’atmosfera di quei giorni ed i motivi per i quali sei ancora con loro? L’amicizia con James Murphy è una delle ragioni?
La mia amicizia con James è alla base del rapporto che ho con la DFA. Ci conosciamo dal 1990. Per molti anni è stato l’ingegnere del suono per i live della mia band precedente, i Six Finger Satellite. In quel periodo abbiamo passato un sacco di tempo insieme durante i tour, parlando incessantemente di musica e dei suoi vari aspetti, dalla produzione all’engineering etc…
Intorno al 1997 lasciai la band e chiusi completamente con il mondo musicale. James fu molto   importante per il mio ritorno nella musica. Quando finimmo il mio primo 12” (By The Time I Get To Venus) la DFA non era ancora stata fondata, così parlammo di quali labels avrebbero potuto licenziarlo, comprendendo anche la mia vecchia etichetta, la Sub Pop. Alla fine James e Tim Goldsworthy decisero di crearne una per conto proprio e di pubblicare il mio 12” ed alcune cose dei Rapture. Fu un periodo inebriante. Nessuno di noi sapeva dove stava andando esattamente e questo era molto eccitante poiché non avevamo nulla da perdere. Facevamo solo quello che volevamo veramente e che pensavamo potesse essere “cool”. La scena elettronica era molto claudicante al tempo, così la nostra sensazione fu quella di iniziare a fare qualcosa di decisamente nuovo ed interessante.

Sembra essere uno dei trend musicali del nuovo millennio: molti musicisti che negli anni ’90 suonavano rock/punk/hardcore ora si cimentano con l’elettronica o con la dance.Tu sei uno di loro. Come mai questo radicale cambio di stile musicale? Esigenze personali e artistiche oppure è una questione di mode?
Per me non è stato un cambiamento così radicale. I Six Finger Satellite erano si una band chitarristica di matrice post punk ma con molte influenze disco. Ascoltavamo costantemente musica disco ed utilizzavamo sintetizzatori e drum machines quando in ambito indie era praticamente tabù. Quindi per me è come se ci fosse stato un ribaltamento delle parti. The Juan Maclean è un progetto dance con chiari rimandi alla scena punk rock, l’esatto opposto dell’estetica dei SFS.

Con i SFS suonavi la chitarra. Com’è stato imparare nuovamente a suonare,  comporre e produrre musica con le nuove tecnologie digitali? Il tuo modo di comporre è cambiato? O usi ancora una “tecnica tradizionale” (voce  più chitarra/tastiera) e poi utilizzi le “macchine” per arricchire e cesellare le tracce?
All’epoca ero già un engineer/producer oltre ad essere un chitarrista. Ho registrato tutte le prime releases dei SFS nel mio studio a Providence, Rhode Island. Era uno studio completamente analogico con tape machines e tantissimi strumenti ed effetti vintage. Quindi l’aspetto dell’ingegneria del suono è una cosa che ho sempre avuto. A proposito delle nuove tecnologie, l’ostacolo maggiore è stato imparare ad utilizzare in maniera efficiente Logic, il programma di recording e sequencing usato da tutti alla DFA. Tornando al 1999, era molto più difficile far funzionare tutto allora che oggi. Comunque, in generale, non è che il mio modo di produrre sia cambiato più di tanto, visto che uso il computer come una sorta di tape recorder. Utilizzo ancora molti strumenti ed attrezzature analogiche. Ho un’incredibile collezione di synths! E soprattutto non uso mai alcun software che simuli, emuli sintetizzatori  o cose del genere.

Il tuo nuovo album “The Future Will Come” è più focalizzato ed ambizioso del suo predecessore – che suonava più come una raccolta di singoli – essendo composto da intriganti brani dance/pop ricchi di echi retrò. Vi ho trovato moltissime influenze, dai Talking Heads a Giorgio Moroder, ma sempre rivisti con un tocco personale. Credo che potrebbe avere lo stesso successo di pubblico e critica che hanno avuto gli ultimi album degli Hercules and Love Affair e Lcd Soundsystem. Cosa ne pensi a proposito?
L’album sicuramente ha delle influenze di base. Rispetto all’esordio è stato concepito per essere un lavoro composto da canzoni pop oriented, utilizzando però le tecniche di produzione della musica dance,  nella migliore tradizione di artisti come Talking Heads, Moroder, Human League e New Order. In questo è molto simile all’approccio utilizzato dagli Hercules per il loro esordio. Avevo senza dubbio in mente i due album in questione come riferimenti mentre registravo “The Future Will Come”, con la speranza che si sarebbe poi potuto affiancare a loro, mantenendo un senso proprio. Ma, più in generale, credo che tutta la DFA si possa definire come una label che omaggia le proprie influenze retrò, arricchendole e vestendole con un tocco personale e distintivo.

A proposito delle voci nei tuoi brani: al momento l’unico contributo è quello di Nancy Whang. Ci sono altri artisti, maschili o femminili, con i quali ti piacerebbe collaborare?
Onestamente non sono molto interessato nell’aggiungere nessun’altra voce al progetto The Juan Maclean. Siamo sempre stati io e Nancy e mi piacerebbe mantenere questa costante. Comunque, potrei cominciare ad accettare  offerte attinenti alla produzione con altri artisti. Ne ricevo abbastanza  regolarmente , ma al momento sono troppo occupato per lavorare con altre persone. In tutti casi è un’opzione alla quale mi sto interessando maggiormente. Sono stato un ingegnere del suono con uno studio di proprietà per molti anni, e mi ero talmente stancato di tutte quelle ore a passate a registrare orribili bands da giurare a me stesso che non l’avrei mai più fatto.

Le tue canzoni vengono remixate da tantissimi artisti e producer,  molte delle quali sono state raccolte nell’album (solo digitale) “Visitations”. Inoltre vanno segnalati i tuoi interessanti lavori sui brani degli Air, Chromeo e Chicken Lips. Qual è il tuo approccio e la tua opinione riguardo al concetto di “remix”?
La mia filosofia è sempre stata che i remixes servono principalmente a rendere una canzone adatta  per essere suonata da un dj. Quindi per renderla il più funzionale possibile al dancefloor. Quando mi occupo di remixes, questa è la mia priorità ed è per questo che spesso aggiungo molto di mio in fase di produzione. Per esempio, ne ho appena finito uno per i Midnight Juggernauts, nel quale ho tenuto solo la traccia vocale originale, mentre ho costruito una base strumentale completamente nuova.

Sei solito alternare live acts a dj sets. Due modi differenti per esprimere te stesso e la tua musica. Quali sono gli aspetti migliori e peggiori delle due dimensioni?
Adoro sia suonare dal vivo che in dj set, e sarebbe estremamente difficile dire quale mi trasmette più gioia ed emozioni. Comunque, il dj’ing può essere una stimolante  ed affascinante esperienza personale . Quando parto per un tour in djset, per un paio di settimane, sono solo. È una situazione bizzarra, perché tu passi tutto il giorno e la notte da solo, viaggiando,  e poi improvvisamente per un paio d’ore sei al centro dell’attenzione in “a crazy loud party”. Quando si suona dal vivo invece,  è come viaggiare in gruppo con i propri amici del cuore, una sorta di party itinerante. L’aspetto negativo invece  è che ci sono un’infinità di accorgimenti e problematiche tecniche  durante il tour di una band. Nello specifico, noi abbiamo un equipaggiamento assai complesso, fatto di vecchi strumenti analogici che si possono danneggiare con facilità. In più bisogna comprare la cocaina per 4-5 persone anziché per una sola, il che è assai più costoso!

Classica ultima domanda: Hai qualche nuova uscita o progetto all’orizzonte?
Ci sarà un djmix a mio nome per la serie DJ Kicks, in uscita il prossimo anno. Sono molto eccitato per questo, visto che sarà il mio primo djmix ufficiale! Inoltre è previsto un nuovo 12”, con materiale del tutto inedito.

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