Intervista a HOLY GHOST!
L-Ektrica Fanzine n. 7

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Intervista a HOLY GHOST! di Matteo Quinzi

L-Ektrica Fanzine n°7 Marzo 2010.

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Fate parte del roster della DFA, una delle etichette più influenti ed importanti del nuovo millennio. Come siete entrati in contatto con loro? Che tipo di rapporto avete con James e Tim?
Abbiamo incontrato Tim e James tramite degli amici in comune quando militavamo nella nostra band precedente, gli Automato, un gruppo rap, del quale hanno prodotto nel 2002 il primo e unico album. Dopo lo scioglimento degli Automato, siamo rimasti amici e hanno incoraggiato i nostri successivi e bizzarri esperimenti sonori in studio che poi si sono tramutati negli Holy Ghost!

Venite quindi dal rap, con il progetto Automato. Che ricordi avete di quell’esperienza e come mai avete deciso di virare verso un suono più elettronico e disco?
Entrambi amiamo ancora molto il rap e non abbiamo solo bei ricordi del periodo Automato. Infatti siamo ancora ottimi amici con gli altri componenti della band, Andrew e Morgan, che suonavano prima negli Hercules & Love Affair ed ora nei Jessica 6 e nei Midnight Magic, e con Ben Fries che ha diretto il nostro video di “I Will Come Back”. La decisione di abbandonare il rap è stata più che altro una necessità, visto che il motivo principale per il quale gli Automato si sono sciolti è stato perché i rappers della band non volevano più rappare. Quindi senza di loro abbiamo dovuto pensare necessariamente a qualcosa di diverso. Al tempo Alex aveva manifestato la voglia di cantare e due di noi erano entrati maggiormente, dalla tarda adolescenza, nella musica dance. Per  cui lo “shift” verso quello che stiamo facendo ora è stato assolutamente naturale e spontaneo.

Siete di Brooklyn, il luogo che negli ultimi dieci anni è sembrato essere il “centro dell’universo” per quanto riguarda la musica indie. Cosa ne pensate a proposito e se (e come) la “community” e l’atmosfera di Brooklyn vi ha ispirato e aiutato a crescere come musicisti e producer?
Siamo particolarmente legati alla DFA e alla sua comunità di musicisti, che credo comprenda la grande maggioranza delle più interessanti realtà della scena di Brooklyn. “DFA” è solo un altro modo per chiamare il nostro gruppo di amici, come quando eri al liceo e davi un nome alla tua “graffiti crew”. Juan, James, Pat, Nancy, Marcus, Jacques, Justin, Eric B., Liv, Andrew, Morgan, queste sono le persone con le quali passiamo il tempo, parliamo di musica, beviamo, mangiamo, ridiamo e piangiamo quotidianamente. La fortuna ha voluto che loro siano anche persone di grandissimo talento e che abbiano prodotto, secondo noi, parte della musica migliore della scorsa decade. Avere amici con una così profonda e ampia conoscenza della musica e delle tecniche di produzione è una risorsa a dir poco incredibile. Ci scambiamo e confrontiamo idee continuamente e lavoriamo spesso insieme.

Spesso avete citato i Panthers come “fratelli”, anche se loro hanno un immaginario sonoro molto distante dal vostro. Come mai questa affiliazione? Quali altre band considerate amiche e/o stimate musicalmente?
Credo che questo discorso si ricolleghi idealmente alla risposta precedente. La DFA è senza dubbio una label, ma è anche un gruppo di amici composto, in parte, da musicisti che non incidono per l’etichetta. Jay e Justin dei Panthers sono due dei nostri più cari amici e Justin in particolare è una di quelle persone con cui abbiamo legato maggiormente. Per esempio è stato tramite i Turing Machine di Justin, la prima band che Tim e James hanno prodotto insieme, che James ha conosciuto Jerry Fuchs, ed è così che Jerry ha iniziato a suonare ed è diventato amico con Juan (MacLean). È vero, stilisticamente i Panthers sono “worlds away” dalla nostra musica, ma ci piace ascoltare più o meno le stesse cose. Credo sia solo accaduto che la musica che facciamo abbia preso delle forme differenti. E a proposito del loro album, “The Trick”, penso che sia uno dei dischi più sottovalutati degli ultimi cinque anni. La DFA dovrebbe ristamparlo in vinile.

Ascoltando “Hold On”, il vostro super singolo del 2007, il suono sembra un bel mix tra la soul disco americana anni ‘70 e l’italo disco, tipica del decennio successivo. Quale potrebbe essere la definizione più appropriata del vostro suono? E siete fan dei NY Knicks?
Direi che la nostra musica può essere considerata come pop fortemente influenzata dalla dance sia dei ‘70 che degli ‘80. Ma prima di tutto le nostre sono delle pop songs, strofa-ritornello, strofa-ritornello e così via. Esattamente come Britney Spears o Michael Jackson. E si, siamo entrambi fan dei Knicks. Alex segue il basket più di me, ma se sei di New York devi essere un fan dei Knicks. È una regola.

La vostra ultima release è un 12” con i Friendly Fires, nel quale vi coverizzate a vicenda. Di solito questo è un’abitudine del mondo rock!? Avete un legame particolare con loro? Quanto dobbiamo aspettare per il vostro debut album? O preferite il formato “singolo”?
Abbiamo incontrato i Friendly Fires la scorsa estate in Corsica, dove abbiamo suonato entrambi durante il Calvi on the Rocks festival. Ed e Alex bevvero rhum fino al mattino e completamente ubriachi pianificarono il progetto delle cover e strinsero amicizia. Per quanto riguarda l’album, è pronto. In tutti i casi ci vorrà ancora un po’ prima che venga licenziato poiché in queste cose le labels tendono ad essere sempre un pochino lente. È la natura della bestia. Ma ci piace moltissimo lavorare sui singoli, ed infatti quest’estate uscirà un ep/12” con due nuove canzoni e l’inedito “Say My Name” sarà nella nuova compilation della Kitsuné in uscita questo mese.

Nicholas, tu suoni anche nei Juan MacLean. Parlaci di questa esperienza e avete mai pensato o programmato un live set per gli Holy Ghost! ?
Sfortunatamente ho dovuto interrompere la mia collaborazione con i Juan MacLean circa un anno fa a causa degli eccessivi e concomitanti impegni che si sono venuti a creare tra i tour con Juan e con gli Holy Ghost!. Ma l’esperienza di aver suonato per tre-quattro anni con loro rimane una delle più divertenti e appaganti della mia vita. Era un grande live ed era la prima volta che venivo pagato per suonare. Ed essere ricompensato per suonare musica che ami con persone che ami è stato semplicemente fantastico! Intendo dire che mi sarebbe bastato vedere suonare Jerry a pochi centimetri di distanza ogni notte per rendermi felice ma Juan, Jerry, Nancy e Eric, tengo così tanto a queste persone, più di quanto riesca ad esprimere con le parole. Invece per quanto riguarda il live degli HG!, è il prossimo progetto al quale stiamo lavorando. Accadrà molto presto. È stata molto dura trovare le persone giuste ma crediamo di esserci riusciti. Abbiamo iniziato a fissare delle date per quest’estate, “so look out!”

Siete anche dei quotati remixer, non a caso uno degli ultimi che avete fatto è stato su “Listzomania” dei Phoenix, freschi vincitori di un Grammy. Molti dei vostri lavori sono raccolti nella compilation autoprodotta “The Remixes Vol.1”. Qual è il vostro approccio all’arte del remix?
Non crediamo di avere un approccio univoco e prestabilito. Prima di tutto ci deve piacere il brano in questione, poi cerchiamo di trovare un elemento dall’originale che sarebbe divertente ricontestualizzare in qualche modo nel dancefloor e da lì parte il tutto. Solitamente è un processo molto lungo, nel quale la traccia viene arricchita e riportata agli elementi fondamentali più volte. Finalmente, dopo qualche settimana, lo si può ritenere ultimato.

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