Intervista / Interview
*DANIEL WANG*
L-Ektrica Fanzine n.4
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Intervista a *DANIEL WANG* di Matteo Quinzi, per L-Ektrica Fanzine n°4  -  Febbraio 2012.

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Leggendo la tua biografia, salta subito all’occhio come tu possa essere considerato una sorta di “globe-trotter”. California, Taiwan, NYC, Chicago sono state le tappe principali del tuo “viaggio”. Dal 2003 ti sei trasferito a Berlino dove hai anche creato uno studio di registrazione professionale. Quanto tutti questi luoghi hanno stimolato la tua creatività, la tua crescita artistica? O in realtà è “solo” l’idea di un continuo movimento e mutamento ad alimentare il tuo immaginario musicale? Quale luogo ti ha colpito di più e perché?

Sì, mi posso considerare un mix di varie culture, ma credo che oggigiorno sia una cosa abbastanza usuale. I miei genitori erano cinesi immigrati negli USA – avevano ricevuto una buona educazione, non erano dei manovali – ma all’epoca, tra gli anni ‘60 e ‘80, la comunità asiatica era ancora una minoranza. Oggi, in alcune zone della California, cinesi, coreani e vietnamiti rappresentano la maggioranza. E molti dei miei amici che sono cresciuti in Germania, sono in realtà originari della Polonia o della Serbia, per esempio. Nel periodo in cui vivevo a Taipei ho frequentato una scuola internazionale e ho studiato il francese dall’età di 11 anni, invece a Chicago ho imparato tantissimo in ambito musicale da alcuni amici afroamericani. Ma senza dubbio gli ultimi nove anni che ho passato a Berlino sono stati quelli più “stabili”. Credo che il Mondo sia semplicemente diventato più “piccolo” per tutti, e nessuno può ignorare l’influenza che la cultura giapponese ha avuto sul cibo, i manga (fumetti) o l’animazione. Lo stesso di quella svedese per quanto riguarda l’arredamento e il design, l’africana nella musica o l’europea per alcuni aspetti intellettuali e culturali più in generale. Viaggiare è importante ma oggi tutto è intorno a noi, a prescindere da dove siamo nati o cresciuti, non credete?

Che cosa ne pensi della prima – e originale – scena Disco italiana, quella di fine ‘70/inizio ‘80? Penso a producer e dj come Giorgio Moroder o Daniele Baldelli… Se e quanto quel tipo di sound ti ha ispirato? E in caso contrario, quali sono le tue principali fonti di ispirazione?

Come buona parte dei “veri amanti” del pop e della disco, continuo a considerare il periodo 1976-1984 una sorta di “età dell’oro”, poiché all’epoca non c’era alcun computer a darti una mano. Solo dei musicisti veramente dotati e competenti o degli ingegneri del suono avevano la possibilità di registrare in studio, non esisteva l’hard techno né tanto meno l’hip hop commerciale, niente sampling, e praticamente tutte le tracce avevano qualcosa di funky e originale. Baldelli è incredibile, anche Moroder, ma per quanto riguarda la scena americana considero dei tesori inestimabili alcuni brani degli Chic, parte del catalogo della Motown, e alcuni artisti soul/jazz come gli Heatwave, George Benson, Karen Carpenter… In effetti sono tutti nomi abbastanza ovvi! Negli ultimi anni mi sono appassionato al mondo “classico”, in particolare a Ravel e Debussy. Quello che mi interessa veramente oggi è cercare di combinare quel tipo di arrangiamenti complessi con dei ritmi afro-latini dal suono più naturale e diretto, come i violini in “Good for the soul” di Vince Montana and Salsoul Orchestra. Quando mi capita di sentire buona parte della musica dance contemporanea, basata su un unico sample o loop, senza nessun cambio negli accordi, non posso che considerare tutto ciò patetico e ridicolo. Ogni grande hit creata dai “top artist” ha delle vere  e proprie variazioni musicali, nella linea di basso o nell’arrangiamento. Difficilmente si riesce a sentire qualcosa del genere durante un dj-set, se non in pochissime tracce particolarmente “catchy”.

Che approccio hai con la Disco oggi? Preferisci il modus operandi contemporaneo, prettamente digitale, prodotto e suonato tramite emulatori? O sei ancora un fan accanito del “vintage”, suonato realmente con synth e archi, come buona parte della musica proposta da David Mancuso nei suoi set, per esempio? Oppure credi che la formula magica sia un mix tra l’analogico e il digitale?

Prima di tutto reputo importante fare alcune premesse e distinzioni. Mancuso non è mai stato un vero producer, è “solo” un dj, e mi è capito di sentire alcuni suoi set nei quali ha passato molte tracce house prodotte nel 1993 o nel 2005 che non erano affatto interessanti. Ci sono molte band oggi che utilizzano “archi, basso e chitarra”, ma finché non capiranno in modo corretto i principi base dell’arrangiamento e quindi come strutturare un brano, il risultato non potrà essere interessante. Questa nuova ondata di producer norvegesi, ad esempio Lindstrom, delle volte utilizzano solo dei synth, ma lo fanno con un approccio musicale assai avvincente. In tal senso il mio preferito al momento è Todd Terje: nel suo nuovo ep “It’s the ARP” ha utilizzato solo un synth monofonico del 1970, ma da un punto di vista musicale è un lavoro ricco, funky e pieno di immaginazione. È uscito il mese scorso ma suona come Raymond Scott del 1956 che incontra i migliori “disco grooves” del 1981 o 2012. Insomma non è una questione di strumentazione o di categorie musicali, ma solo di musicalità.

Parlaci della tua label, la Balihu Records, che hai fondato quasi 20 anni fa… Quale fu la scintilla che fece iniziare questa avventura? Con quale criterio scegli cosa pubblicare sulla tua etichetta piuttosto che sulle altre?

La storia è molto semplice: nel 1993 ero sconosciuto, volevo ottenere delle date come dj, e soprattutto volevo portare avanti una nuova prospettiva musicale in ambito dance che era completamente antitetica al suono house commerciale che imperava a New York in quel periodo. Anche io utilizzavo dei sample Disco, ma mi premuravo di mantenere le ritmiche originali senza distorcerle con dei suoni percussivi “hard house”, come facevano buona parte dei dj. All’epoca era una scelta abbastanza radicale e non credo che le altre etichette avessero voluto far uscire le mie produzioni. Così ho “preso in prestito” il budget necessario dalla mia carta di credito e ho fondato la Balihu. Quando si dice un’attitudine DIY, “do it yourself”.

La tua musica è uscita per molte e prestigiose etichette come Ghostly International, Playhouse o Environ. Parlaci dei tuoi rapporti, professionali e/o privati con artisti come Morgan Geist o Matthew Dear… Che cosa preferisci o cosa prenderesti in prestito dal loro stile musicale e produttivo?

Per me le etichette discografiche non hanno nessun significato particolare. Non ho mai conosciuto personalmente Matthew Dear, e non ho alcun rapporto con il versante “techno” della Ghostly. Ma sono un buon amico del boss della label, Sam Valenti. Tutta la sua famiglia è di origine italiana.  Con Morgan Geist eravamo già amici prima che le mie produzioni uscissero per la Environ, se non ricordo male. È  una persona iper sensibile ma al tempo stesso molto divertente e a modo. Un amico per la vita. Ma ovviamente le influenze musicali possono arrivare da ogni dove, non solo dagli amici.

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Interview: DANIEL WANG by Matteo Quinzi,  L-Ektrica Fanzine n°4  -  February 2012.


Reading your biography, you can not but be regarded as a kind of glob-trotter. California, Taiwan, NYC, Chicago were the main stages of “your” trip. Since 2003 you’ve moved to Berlin, where you’ve based your life and career, creating your own professional study. How all these places have inspired your creativity, your growth in musical art? Or is it “only” the idea of a continuous movement to feed your fantasy/imaginary? Which place impressed you the most and why?

Yes, i am sort of a cultural mix, but i think that is almost normal nowadays. My parents were Chinese immigrants in USA – they were well-educated, not laborers, but Asian people were still a minority there in the 1960-80s. Today, in some parts of California, Chinese, Koreans or Vietnamese are a majority.  And many of my friends who grew up in Germany have family in Poland or Serbia per essempio, in USA, and Asia also. When i lived in Taipei i actually went to an international school and studied French from age 11, and in Chicago i learned a lot about music from African-American friends. But the past 9 years in Berlin have been the most stable for me. I think the world has simply become much smaller for everyone and no one can ignore the Japanese influence in food or manga and animation, the Scandinavian influence in furniture and design, the African influence in music, or European intellectual+ cultural concepts in general.  Traveling is importantbut it’s all around us, wherever we grow up now, dont you think?

What do you think about the original italian “Disco” scene (late 70ies/ early 80ies), I think at producer/dj like Giorgio Moroder or Daniele Baldelli? If and how that kind of sound inspired your music? And if not, which are your main sources of inspiration?

Come buona parte dei “veri amanti” del pop e della disco, continuo a considerare il periodo Like most serious pop and disco music lovers, obviously i still see the period 1976-1984 as a “golden period”, because there were no computers at that time.  Only really competent musicians and sound engineers could even try to make a record in the studio, there was no hard techno or commerical hiphop, no sampling, and almost every track had something funky or original about it.  Baldelli is amazing, Giorgio Moroder too, but from the american side i really treasure the recordings of Chic, some Motown, and soul/jazz artists like Heatwave, George Benson, Karen Carpenter.. These are all pretty obvious.  In the past few years i have spent more time thinking about “classical” music like Maurice Ravel or Claude Debussy. Combining those complex moods with natural-sounding afro-latin rhythms is what really interests me, like the violins on “Good for the Soul” by Vince Montana and Salsoul Orchestra.  When i hear most “dance music” today based on one sample or loop, without one chord change, i actually find it pathetic and ridiculous.  Even big hits by top artists hardly have any real musical variation in the bassline or arrangement.  You will also almost never hear that when i DJ, except a few really catchy tracks.

What approach do you have to the “Disco” stuff today? Do you love the contemporary approach, purely digital and made/played with emulators (like Lindstrom & Prins Thomas) or you still prefer the “vintage” approach, actually performed with synth and strings (the “Mancuso” style)… Or do you believe that the magic formula is a blend of the two styles?

I think your question is making some false distinctions.  Mancuso is not a producer, he is only a DJ, and i have heard him play many “house” tracks made in 1993 or 2005 which were not very good at all.  There are many bands now which use “live strings and bass and guitar”, but since they dont understand principles of chords and song structure correctly, the result still is not interesting. These Norwegian producers like Lindstrom are sometimes using only synthesizers, but using them in a musically interesting way. My favourite recently is Todd Terje’s new EP “It’s The ARPs”: he uses only one monophonic synth from the 1970s but musically it is very rich and funky and imaginative.   It is being released this month, and it sounds like Raymond Scott from 1956 meeting the best synthi disco grooves of 1981 and 2012.  So it is not a question of what instruments or what categories, but a question of musicality.

Talk us about your label, Balihu Records, founded almost 20 years ago… Which was the spark that made ​​you start this adventure? By which criterion you decide what to publish to your label instead of other ones?

It’s very simple. In 1993 i was unknown, i wanted to get DJ gigs, i wanted to put forward a perspective on dance music which was really opposite of the commericial house music sound coming out of NewYork at that time.   I sampled disco but i wanted to keep the original rhythms and not distort it with the “hard house” drum sounds, unlike most other DJs.  This was a bit radical and i dont think other labels wanted to release it, so i borrowed money from my credit card and released Balihu on my own.  “Do It Yourself”, DIY basically.

You have released music with different monikers for several and prestigious labels like Ghostly International, Playhouse and Environ. Tell us more about your relationship, private and professional, with artists like Morgan Geist or Matthew Dear. What do you prefer and “borrow” from the way they produce and play music?

Record labels dont have any special meaning! I dont even know matthew dear  personally, and the Techno releases on Ghostly have no relation to me at all.  But i am good friends with Sam Valenti, the label boss.  His whole family is italian-american.  Morgan Geist was friends with me before i even released   on his label, though.  he is a hyper-sensitive person but truly very funny and nice.  A friend for life.  but you get musical influences from everywhere, not just from friends, of course.

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